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[alcune canzoni a cui sono particolarmente legato]
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December 08 Due sponde di paradiso.Insofferenza e fastidio, insulti spasmodici e rancori latenti.
Come sei bella, delicata, profonda, tra un verso e l'altro quasi arcana. Voglio odiare il mondo e rinfacciargli la sua esistenza, voglio punirlo di starmi accanto. Non avrei mai sognato una dea più superflua, che sappia valicare le nubi dell'olimpo e motivare il nostro spirito ad esser bambino, ancora, una volta almeno, sprecherei il mio rispetto per tutte le bestie che si recitano geni alle feste, un rispetto infetto per divertirmi nelle mie lontane solitudini. Apro gl'occhi, sposo i palmi, e mentre tutt'intorno sembrava allagato, cadde. Conteneva ogni ricordo, in se ogni accordo di quella sinfonia che ossessivamente m'accompagna. Drogati, solo luridi drogati, fiere, fanali del mattino. Incapaci. Cosa merito di essere quando non sono nessuno? Un fendente tra le labbra per lambire il silenzio tutt'intorno. Si regalano doni a chi sa apprezzarli, a chi sa apprezzarli per se. Potrei innalzarti statue, te lo assicuro, scolpendo colla sola luce che m'irradi. Sbaglio, e ne vivrò le conseguenze, di nuovo, ma mi interessa relativamente: Ho imparato alla fin fine a valutare il sentimento per la serenità che infonde in me, al di fuori della vuotezza che infonderà in me. E come se il dolore fosse la moneta con cui si comprano i quadri: quando l'arte non ha valore, quanto siamo disposti a pagarla? Mi sento disperso e fuori luogo, come se tutti fossero dispersi e fuori luogo, e questo mi giustificasse a linciarli. Cade un anonimato stonato, privo di riconoscenza ma ricco d'appariscenza. Il mio obbiettivo non è essere qualcuno, ma esserlo per non cercarne un'altro. Mi basterebbe un sorriso, anche mezzo, fugace o distorto, falso ed effimero , illusorio o trasandato, mi basterebbe che recitassi una favola meno noiosa dell'usuale. Questa carne, questa carne che mi condanna, mi ricorda che non sono solo, ma che potrei esserlo. L'attrezzo è il fine, ma non il mezzo, e quindi l'unico nostro obbiettivo diventa l'azione stessa, il presente, senza stelle e senza stella, ma con il latte a parabola. E mi ricorderò di lei, come mai avrò fatto. E mi ricorderò di te, come mai avrei voluto fare.
November 11 Frutti d'odio da rami di speranzaUn fiato freddo, atrocemente freddo, è cantato da rami anoressici come stalattiti di cristallo.
Decido che da un tronco, per quanto nero, nasceranno petali di pece, e saranno fiori anch'essi, fiori freddi di passioni inermi, scosse dall'impetuoso silenzio e dai fischi sibilati. Decido che su quel tronco, per quanto nero, sorgerà una casa d'ambra, che rifletta quelle nubi slungate in fiumi di sfumature, e rami tesi al pensiero coltiveranno frutti figli dell'inverno.
Potrei accompagnare questa mia mano, ora così pesantemente carnea, e baciare questa pace di carbone, ma tra i laghi d'avorio niveo nessun verno lembo lieta la vaia nostalgia di necessità, ed un varco lasciato sarà un lamento per il niente che amo. Senz'altro amaro annodato in bocca, paranoia e pentimento sono la passione più avvolgente per un animo accarnato, tanto da dimenticarsi il gusto del colore e finendo col dominare l'arcobaleno coll'insipido. Ammetto che ogni foglia da secca sembra richiamare la mia coscienza con molto più risentimento rispetto ai soavi sussurri di fronde a mezz'aria nell'alba.
Ammetto chel fumo fosco omette un intero paesaggio, e alla luce del gelo ammetto anche che siamo troppo poveri per permetterci d'esser sordi. Vorrei una risposta, un cenno di confusione per un sogno così sparso, uno spiraglio di lume da braccia di ceppi, ma non ci sarà mai cibo dove non ne produrremo, e quindi solo fame, e forse solitudine. Sono finito in un deserto anonimo di colori perché in fuga dal disgusto, in ricerca del sublime gusto, illuso dall'orizzonte giusto dove sorgeva l'ombra del fusto solo. Riecheggia la disperazione tra colline e burroni, dove sabbie di neve scivolano come nebbia accidentale, e fossi famelici divorano i torvi tronchi che dormono come foglie che danzano sul velluto. Nel mezzo camminiamo come se precipitassimo lungo la nostra vita, e lampi e gesti decorano la coda dell'occhio in una fuga verso l'ombra d'un fusto solo. Mi sento così debole davenire sedotto da un pomo annaspante in una psichedelica pozzanghera sospesa nel grigiore: eppure quei colori mi fissano come uno specchio, anche se sembro affogato oltre un nebuloso nero isterico. Sono attanagliato da una fame di cannibalismo, soprattutto quando mi sento l'eretico della bellezza perché la mia virtù vola verso una squilibrata libertà. Allungo la mano e i suoi affusolati artigli tra lo scarto dell'assoluto ed i suoi ripostigli, dove giacciono alberi monchi e sogni tronchi, dove frutti d'odio nascono da rami stanchi di sperare. November 02 Il Fiato a mezz'ariaCome un eremita nel sentimento, scopro un mondo lasciandomene un'altro alle spalle.
Un Mondo mezzo che vede la sua perfezione in sogni tronchi, passioni e polveri. Certi bivi li incontri solo se sbocciano ostacoli, e una scelta ben determinata ti conduce solo ad altri dubbi.
Alla fin fine trovi un sentiero guardando in alto, tra fronde d'avorio ed erba azzurra.
Ad un certo punto possiamo sederci, immergerci nelle dimenticanze, e ricordarci che non siamo ciò che abbiamo coltivato.
E tutto s'appresta a rinascere, come un primaverile autunno. Come un viandante tra profumi, scorgo la bellezza in angoli di raffinatezza.
Raffinatezza troppo sensibile ed indifesa per non essere cercata da frenetici spasmi di speranza. Spesso un errore è la migliore scelta che possiamo fare, la più delicata e la più lungimirante.
Infine ricordi la fluidità in quel silenzio di sussurri,
e sogneresti di rifarlo se non fosse svanito come sabbia al tempo.
Abbandonato così tanto per le vie dell'inverno, ci lascerei anche il resto se non fosse così prelibata la luce dell'alba quand'è ancora fresca. E tutto s'appresta a sbocciare, come petali di neve. October 21 Verso le portenessuna coscienza da preservare
nessun sogno da realizzare solo una colpa da tramandare. Credete veramente esista clemenza per voi?
voi che avete bramato l'impossibile e ricevuto ancor di più. voi che avete sprecato tutto ed infamato il resto credete veramente esista clemenza per un delitto così mischino? Avete sfumato la vostra anima
nella nebbia dell'incoscienza infangato la nostra fiducia e rinnegato i suoi fiori preclusi ogni liberazione e costretti alla decadenza, alla morte come i miseri mortali. Spero sia il vostro
un sorriso appagato perché oltre ch'essere quel invidiato fallimento non riuscirete ad diventar nient'altro abbiate desiderato: vi siete impiccati. Ed ora che non ho più casa posso condurvi alla rovina. October 06 nulla di più del solito e del continuoIl tempo scricchiola, tra smorfie sorde ed una prigione che profuma, della tua voce. In fondo è angosciante, che svanisca proprio mentre riuscirei a stringerti, come una fiamma ch'evapori. Cos'è tutto quest'affanno? Perché i tuoi occhi rieccheggiano in ricordi? ad ogni modo ne viviamo le conseguenze, forse ancora più frustrati del perché stesso. Ditemi che sono un mostro, un demonio, deliziatemi col vizio, cosicché possa averne ragione e motivo, sfumare come un vascello oltre questi orizzonti. Ma non lo sono, non con te almeno. Non è questione di esser mostro o meno, ma di appartenere o meno a questa palude, ed a questo punto non so se sarei più bestia sfuggiendone o abitandola. Effettivamente sto gocciolando come una vena, e sempre più m'avvicino al nuovo sonno, lontano dal mio mattino. Alla fine riesco pure a sentirmi in colpa. September 30 Ed il domanisussurrami i tuoi peccati, notte spasmi di luce Porgo un palmo al tronco rampante Forse non sono null'altro Sospiri di danze carezzate nell'aria Nei sogni libriamo trionfi tronchi la passione del domani September 16 velluto carminio Fondamentalmente l'equilibrio è elementare come concetto: basta avere tutto. Eppure sembra sembra autunno, e le mie foglie abbandonarmi una dopo l'altra, rossa una più dell'altra, anche quando a me ne basterebbe una, dalla fiamma più ramata. Fondamentalmente giocare all'attore è così divertente che lo squilibrio è l'unica stabilità che rimanga, o almeno che abbiamo imparato: il prossimo autunno sarà un inverno, od una primavera depravata. Ma un savio arpeggio di fondo, mieloso, delicato, soave, l'unico manto che mi copra, annebbia tutt'intorno; fa così freddo: mi stringo nell'unico manto che mi riscaldi. Sicché continuo a ritmeggiare passi nella rossa chioma secca, sciolto in un velluto carminio, tenuta stretta, stretta affinché il vento non ti deturpi, stretta affinché il vento non ti rubi. Palmi infami se neanche avessi il tempo di dirti addio, anche stavolta. Siamo qua, di nuovo, con meno cicatrici di quanto pensassi, forse con qualche delusione in più, ma non abbastanza da infrangerci, e forse con qualche illusione, ma saranno tutte solo dei riflessi. Ed è così che forse perdiamo il nostro aroma d'avvenenza: scordandoci chi siamo, anche quando sembra di non esserlo mai stati. Alla fine è buffo "rincorrere se stessi", rivivendo gl'errori in cerca di soluzioni invece di lasciarli risolvere. Ogni volta un nuovo nome per affrontare l'ultima grotta delle nostre angosce, e come l'ultima volta una brezza profonda spegna la torcia a metà strada, anche se non vorrebbe: in fondo è solo un'effimera torcia. E se fossimo noi la fiamma? Quel fiato bisbigliava forse il nostro nome con tanta spasmodica passione che da ammutolire la luce: ma se fossimo noi la fiamma? Il nostro nome spegnerebbe anche noi stessi? Tra carezze di sonno conservo la tua compagnia affianco nella nebbia: una volta che sai dove stia quella macchia di firmamento, le restanti sono solo d'orientamento. Ricorda solo d'essere l'artista del bello e la stessa bellezza dell'arte, un sentimento tanto più puro quanto io ombrato. September 14 Un viale di tronchi Di tutti gl’insegnanti le persone sono i peggiori. Prima c’insegnano ad esser buoni illuminandoci sulla bellezza del mondo, poi il contrario rivelando l’egocentrismo di quella meraviglia. Sono anche le più furbe perché riescono ad estrarre dalle persone il peggio ch’ella covi accusandola solo dei difetti, e inimicandosi gl’altri come se stesso. Sono contradditori poiché sono la fonte d’utopie ed speranze, ma anche il boia dei nostri sogni. L’unica coerenza è l’essere in fondo meschini e atroci. Però il nostro benessere dipende unicamente da loro: e quindi? L’illusione che sboccino petali di paradiso è una delusione ciclica, mentre il cinismo di criticarli pei caini che sono, è una condanna all’afflizione. A questo punto mi chiedo dove gettar lo sguardo, in quale delle loro chiome, in quale delle mie, certo non più nella nostra. Alla fin fine sembra un incedere tra i cimiteri che da lontano sembrano quadri. September 06 Comici quotidianiDevo essere sincero? Si è divertente. Il cosa è troppo generale per essere sintetizzato in una sola parola, senza offenderne l’intensità, ma ci si prova. Cos’è divertente? Forse la tragicità delle persone: come esse dipingano i falò incendi, e gl’incendi inferni. Il pessimismo ha sempre un occhio di riguardo per se stessi, ammettiamolo, cosi come il sorriso è coltivato e non sorto dall’ombra. Ma alla fin fine ciò è solo curioso, valutare quanto le persone riescano ad ingrigire il resto del mondo solo perché non sono riusciti a legarsi profondamente ad esso. I sentimenti non hanno nulla di miracoloso, di singolare forse, di utile, ma oltre a intensificare i rapporti col resto delle persone e ravvivarci il paesaggio, non fanno altro. Non che li stia sminuendo, per carità, per primo io stesso ne son devoto; è un po’ come il cibo: non fa altro che farci sopravvivere. Semplice, ma indispensabile. La notte ha i sogni, non le afflizioni; esse non sono individuali, bensì la negazione dei sentimenti. Ma come dicevo ciò è curioso, non divertente. L’egocentrica tragicità lascia il palco ad una ferrea razionalità quando si parla di verità, o comunque di giudizio. Quando c’è da condannare il mondo scocchiamo martelli di marmo, ma se lo si ammirasse oltre che leggerlo, forse s’avrebbe una delicatezza più raffinata nell’aggettivarlo. Ma no, la nostra vanagloria s’estende sino al pensiero. Ecco forse questo è divertente, vedere come la maturità accusi il sentimento d’infantilità, e così la morale dell’opera: se non profuma di saggio, olezza di artista. No, no, sono fuori strada! Tra i cappucci del mesto e le menti del vespro v’è una casta ben più buffa: chi si diverte degli altri, chi riesce a coltivare se stesso tramite gl’errori altrui. Mi chiedo ancora cosa li sorregga, quale colonna regga quell’abisso che giustifica la superiorità del loro trono. Forse la superbia, forse la vita e i suoi vizi, o forse la propria pace. Ma che volete farci, sono tutti così buffi… August 31 Il dì novo - Un risveglio dentro il sonnoIII – Un risveglio dentro il sonno. Una scintilla in un incendio di oscuro non è poi tutta questa sicurezza, o meglio: nessuna luce è mai una sicurezza definitiva, perché selve così intensamente tenebrose celeranno sempre angoli salvi. Nel raggio della lunghezza d’una tigre vedevo abbastanza bene da fingermi terrorizzato, quando al mio tavolo era servita ben maggior paura. Come una candela convulsa, il tremolio della fiamma scoccava lampi scarlatti sulla corteccia d’avorio d’alberi così snelli, mettendo in luce, sui tronchi più aggravati, quadri densi, cremisi, come se Pollock dipingesse colle nostre arterie. Di primo impatto era una mostra ch’avrei volentieri risparmiato al mio repertorio di gallerie, ma almeno ciò dava la conferma che i danzatori in quell’oblio in decadenza non erano totalmente allucinazioni d’un pazzo, a meno che le allucinazioni non uccidano. Ero calmo. No, non è vero. Cammino con automatismi antisonanti, come orologio a controtempi, o un pendolo in una tempesta invernale: una di quelle dove ti diverti a vedere quale degl’oggetti a mezz’aria con cui si diletta un uragano giocoliere sarà il fortunato che ti aprirà la testa come fosse una molotov. Avanzo, certo, indietreggio squilibrato, o forse sto solo sedendomi e queste sono fronde vorticose? Sono coordinato dalle mie angosce, da spasmodiche effimere contradditrici improvvisazioni, desolato come fossi un oceano in burrasca nel deserto. Sempre più vittima d’una carne che si calava come drappi d’impedimento, di gesta tutto fuorché libere, condannate dalla loro stessa esistenza. Scricchiolavano come corde pizzicate foglie secche e memorie abbandonate ad un incedere appesantito dalla coscienza di non essere. Tra candidi obelischi paralleli come sbarre d’un’ampia prigione che c’accoglie incatenandoci sol dinanzi un intangibile orizzonte, realizzo come sia io stesso la mia gabbia. Dov’ero per rendermene conto? La follia d’una fiamma. Cose precedevo per rendermi conto di cosa fossi e soffrissi? La follia d’una fiamma. Quale sipario separava me e quella realtà così immobile, come se completando la coscienza corporea, completassi un ciclo temporale, e tutto fosse fermo fuori da una segreta sala d’ambra nera. La follia d’una fiamma. Soffoco di me stesso di me stesso, gravo sul mio respiro come un invalicabile macigno. La follia d’una fiamma. Lingue, lingue d’infinito come scorsoi sulla mia anima, fruste, condanne, l’afflizione maggiore, l’afflizione esistenziale, l’essere come la frusta del vivere. La follia d’una fiamma. Affanno, ansimo, affanno, ansimo, affanno… Rivengo. Infrango un impreciso piano dietro cui ero vittima più di quanto non lo fossi in quella selva. La serenità inonda i miei polmoni come un bong di salvezza. Mancava la luce, almeno quella necessaria. Brulicavo di fiere. Non voglio loro certo male, ma neanche son così disponibile a nutrire il primo che capita, soprattutto s’è la mia carne che devo offrire. Quando non è sufficiente una luce esterna, l’unica alternativa è illuminarci di noi stessi. Spalanco mascelle astemie. Sentivo il calore della fiamma fluire soavemente pell’esofago, finché un vermiglio rintrono non divampa sin sopra l mio capo. Fiumi d’ascesi risalivano sulla mia cute come velluto d’un’anima flamea. Socchiudo gl’occhi – scala tronco fronda valle; rapide foto come d’un cinematografo visionario incrociano una vista appannata. Per proteggersi dall’edacità della fame bisogna essere accolti come un invasore e mai come un alleato, al di fuori della nostra vera natura o dei nostri fini: allora temetemi pure, e bramatemi, paura e temperanza. Io sono il fuoco. Tra pareti di nebbiaAll'acme d'un inno al morbo delirante s'à bisogno d'una lacuna in cui galleggiare: l'acqua non è roccia, e il vento non trasporta le stelle. In verità mi chiedo perché s'è così arduo far del bene, sia altrettanto arduo far del male. Si mangia la merda no? Perché non la morale?
Un ricordo rimembra odio, ma la coscienza, come flora primaverile, condanna ogni ringhio. Siamo opportunisti a non riservargli cosa nutriamo per amor altrui? Ma forse un tremolante barlume ci supplica profondamente, come un eroico tizzone ardente. Non chiedo null'altro che avere una domanda invece di quest'acervo di risposte ed un enigma della follia.
Una goccia di dissolvenza carezza la parete in pendenza.
A questo punto sono una nostalgia immemore ed irrisolta, di nuovo, nell'oblio in cui mi fu promesso di non essere mai restituito.
Le promesse del vento, così avvolgenti da profumare di eterno, così effimere da gelare le fronde danzanti.
Affluenti d'etereo coronano un fiume di fumo vermiglio.
Gli uomini in fondo sono troppo opportunisti per soffrire davvero; più che afflitto è sconfitto, finché nessuna gloria riecheggerà negl'altri tanto quanto noi l'udiamo. Sono anche troppo solitari per essere veramente soli, e forse troppo bestie per essere amati.
L'unico errore che possiamo commettere è applicare il prodotto alla fonte, l'arte del sentimento al suo ispiratore, come i poeti raramente sono ameni quanto i loro versi. Non parlo d'ipocrisia, ma solo d'imperfezione a volte deludente, a volte solo specchio della nostra stessa ingenuità, ad ogni modo troppo piena di sé per aspirare al Loto.
Vorrei esser assetato di vendetta per quanto m'ha tolto, se solo fosse stato lui il diretto responsabile; sfortunatamente non ho nulla per cui potermi realmente vendicare, e vorrei fosse questa una buona scusa per aprire gl'occhi ch'ò avuto la coscienza d'adombrare.
E poi si chiedono anche di chi sia la colpa... di nessuno sfortunatamente: siamo noi i nostri peggiori carnefici.
August 30 Un riflesso di luceNella notte, più che del buio, dovremmo preoccuparci della mancanza di luce.
A volte siamo cristalli al buio, ed è sufficiente un bisbiglio di luce per arpeggiare una melodia caleidoscopica, o semplicemente far dono del giorno a qualcuno.
A volte il chiarore ignora sempre d'esser più gradevole d'accecanti abbagli, ma un riflesso d'affetto è un aroma senza fonte, che c'illumina e ch'irradiamo.
A volte ci sentiamo come due specchi luminosi, uno di fronte all'altro, finendo coll'essere l'altro la luce del nostro splendore.
Altre volte tutto ciò è racchiuso nel regalo d'un'amica.
August 26 Cera sulla costaUna fugace alba mi coglie scoccando profumate speranze su onde rubinie, serpeggianti sì fossero sassi piatti.
Come in ogni costa che bisbigli sogni azzardati, la brezza dentro cui c'avvolgiamo è più un mantello di vellutata nostalgia che l'esasperato soffio di savia salvezza.
Nei ricordi custodiamo molti più futuri di quanti se ne vivano; ma infine, null'altro che velieri nel lago: mirando oceani all'orizzonte, senza però valicare il litorale.
Allora? All'inchiostro di due labbra non mi rimane ormai altro che raccontare un frangente di nulla, collo sguardo a vesti spettrali che affogano nella nebbia d'un sogno mefisteo.
Sorgo ancora, e con una sorella al di là d'oriente, leggiadro e sgravo tra l'ambrate sabbie voraci di chi s'assopisce ala cantilena della ruggine.
Ci sarà sempre una fiamma fresca per cui le falene soffriranno, ma sempre un arrivederci per una costa e la nostra cera. August 24 Per ogni singola ala d'un fioreAd un delicato canto tra silenzi notturni e bisbigli d'armonia, un fiore albeggia nell'immaginazione, scrutato opacamente, e ogni petalo danza per il matrimonio d'una melodia. Come riuscirebbe un petalo ad incarnere una così soave grazia se non dedicasse quelle delizianti forme ad una coreografia cristallina come il fiore? Profondamente, ancor oltre luci ed riflessi, la polifonia tra la progenie della natura ci coinvolge in un etereo torrente a cui torniamo ad appartenere, e all'eco di sbuffi costieri siamo accarezzati da un empatico splendore, da uno sboccio d'aurora nell'animo.
Pei giganti dell'intelletto l'impotenza d'un petalo splende sotto un incedere rovinoso, ma non sarà quel piede d'egoista virtù a donarci altro che non noi stessi. Un'arte d'esistere che la carne non concepisce, quindi biasima.
A volte siamo troppo umani per essere felici. August 23 Il dì novo - II - L’errantesecondo capitoletto della serie di racconti "Il dì novo". Se qualcuno leggesse avrebbe senso anche il "spero vipiaccia", ma ormai è più per soddisfazione personale. nn che sia mai stato altro che non esso il fine, ma i piccioni viaggiatori sono la futura risorsa delle poste italiane, così i cacciatori prenderenna due piccionii con una fava.
II – L’errante
Se non fosse pella macabra artisticità funerea, quei cortei di torce ai limiti del viale erano, sebbene fioca, una luce sufficiente per vedere dove camminassi, gradevoli quindi. Ovviamente non esiste luce del sentiero capace d’illuminar altro che non sia il sentiero stesso, sicché il buio infettava il resto del bosco.
Un latrato esasperato, stonato e stremato m’annuncia tutt’intorno: con incedere automatico soddisfo il selciato, tra ventate di sussurri e fiamme convulse – ognuna di quelle torciere era equidistante dalla precedente; soldati sull’attenti al passaggio del proprio prigioniero di guerra.
Per un attimo fu a dir poco stupendo: fuochi come ergastoli tra giudici giudecchi, e in fondo un denso nulla, una meta predestinata e comune, un tumore nella retina della realtà. Là le fiamme venivano catturate dalla notte senz’alba, e come una macchia di china sopra l’inchiostro vetusto, attirava più la nostra paura che la nostra curiosità. È normale direte voi, chi ne sarebbe incuriosito? Eppure se mi trovavo là qualcosa mi ci doveva aver attirato; mi chiedo ancora cosa, dato che nulla di quella perversa selva era effettivamente affascinante e interessante, ma nessun ricordo che precedesse il mio lungo sonno riaffiorava ancora; una sottospecie di Alzheimer mattutino. Osservando la voracità del Morbo che brulicava all’estremo della via, compresi il limite tra suicidio ed incoscienza, tra perversione e propensione…
Da là in fondo, o forse da ciò che veniva dopo, qualunque cosa potesse esso essere, proveniva un rombo meccanico, automatiche fratture e smembramenti sgraziati: un convivio di sciacalli. Eravamo diretti là, ad ogni modo, percorrendo quel viale diritto e dannato.
Ogni fiamma ricordava, ogni passo biasimava, e il coro dell’ombra m’accompagnava tra le fauci dell’abominazione: chi non sarebbe necessariamente coraggioso in simili situazioni?
Prendo saldamente una delle torce pella lunga asta, una di quelle alla mia sinistra, e al di fuori che fosse una scelta saggia o avventata, volsi le spalle al sentiero, divorando il buio della selva con un famelico fuoco fatuo, che galleggiava un palmo sopra la mia mano. Cammino perso, m’aggiro pavido, conscia preda come il pino nel temporale; urla mozzate e allucinazioni strappate, l’impotenza suggeriva solamente un adattamento, come chiunque che non potendo, diventa. Per proteggersi dall’edacità della fame bisogna essere accolti come un invasore e mai come un alleato, al di fuori della nostra vera natura o dei nostri fini: allora temetemi pure, e bramatemi, paura e temperanza. Io ho il fuoco. Il dì Novo - I - L'aurora BuiaCon questo inizio una serie di racconti tratti unicamente dai miei sviaggi mentali. Saranno collegati tra loro, uno seguirà l'altro. aprezzate almeno il tentativo di rendermi leggibile... ç.ç
I - L'aurora buia
Dentro gl’occhi era notte, notte fonda. Lumi di sogni pingevano un sonno inconscio, una calorosa patetica danza colla mia anima, finché un abbaio insicuro non si diluisce in quella pozzanghera di chiazze scure e chiare, nella fanghiglia rem. Nulla di ché alla fine. Un secondo vigoroso abbaio mi scuote al di fuori delle mie fantasiose acque; tra me e la realtà c’erano ancora un paio di palpebre, un rasserenante muro che mi richiamava ancora dentro casa. Quella la conoscevo bene: casa mia, l’accogliente casa mia: quella che cela e sussurra, che si proietta tra lampi di ombre e m’armonizza col nulla. Un terzo acido abbaio mi desta fulmineo, sverginando il sipario della mia sicurezza: un aroma di martellanti domande orfane di risposte aleggia nella mia mente, senza trovare alcuna empatia con labbra fredde e spasmodiche. Lentamente il buio modellava alberi e chiome, desolazione ed incombenza; mura di tronchi e nubi di fronde costellavano tirannescamente la via su cui sdraiavo come macchie d’inchiostro diluito. Un quarto tuonante abbaio – stavolta lo intendo con lucidità – e il terrore divampa pei miei muscoli come un geyser di benzene in mezzo ad un incendio. La mia stessa agitazione era un’esclamazione, un’invettiva. Possiamo addentrarci nei più sensuali boschi, ma ormai nel labirinto dell’astrazione avevo perso ogni orientamento. Ero una statua infranta, gl’unici orientamenti erano il sopra e il sotto, il cielo e la terra, anche se con tra quelle dense ombre non ero più sicuro neanche di quello. Pell’ennesima volta ero atterrito, il che suggerisce che pell’ennesima volta era la via giusta. La cosa veramente attraente d’una selva dormiente è scoprire quale polifonia di dardi noi usiamo chiamare silenzio: sibilavano sussurri dalle fronde più alte, delle quali si perdeva il confine cogl’aliti del cielo, adornanti luna e sorelle, richiami dalla depravata eroticità saettavano come pendoli isterici trai tronchi dorici. Bisbigli, subdole risa e sagge ipocrisie, come una frastornante rissa d’elogi, mi strappavano l’attenzione dal nero al più nero, percependo sorrisi e gaudi di cui preferivo non esser il motivo. Le ragioni? Credo che i concetti stessi di ragione, o logicità, di causa e d’effetto, di “forse” e di “dunque” non fossero assenti, bensì così estranei dai miei da essere imperscrutabili. Era come se un astemio vi chiedesse di trovargli un bicchier d’acqua ad Atlantide. Crolla lo sguardo sulla via. July 27 Lumi d'ignotoOk, roba più leggera, ho ripulito dagl'altri scritti. Cioé, nessuno legge mai sto skifo immondo, ma lo curo ugualmente, forse con ancor maggior cura conscio proprio del fatto che sia trascurato, ignorato.
'St'acervo di versi e di questa sera, per non perdere la mano e l'artisticità
Spero innanzitutto che la si capisca, poi che piaccia, e casomai che faccia riflettere, o magari addiritura tocchi qualcun'altro nel personale, e lo sgravi d'afflizzioni angustianti, e che magari qualcuno ci scopra un messaggio criptato in unglosvervese precolombiano, e che ci facciano un film tipo Codice della Svinciavivia, così per i diritti sarò ricco, e col monetame portò comprare legioni di orsacchiotti mercenari con cui conquistare il mondo! poveri illusi!
Ardor mendace, che
mai nomi ti dasti
tra lumi e i vasti
com'or che mi lasci:
Beato è peccato!
Allora sia affranto
ogni altro labbro
dal su' sole arso.
Ardor vorace, che
adombri l'indomani
e i suoi soli vani
con vespri infami:
scarneria e sbraneria
come bestia rabbia, ma la brezza beata aroma di bontà July 23 Nietzsche: i frutti secondo la stagioneOgni miglior futuro che si auguri all'umanità è anche neccesariamente, per più rispetti, un futuro peggiore; poiché è fanatismo credere che un superiore, nuovo grado di umanità riunirebbe in sé tutti i pregi dei gradi precedenti e dovrebbe anche, per esempio, produrre la forma somma dell'arte. Piuttosto ogni stagione ha i suoi pregi e le sue attrattive ed esclude quelli delle altre.
Ciò che è cresciuto dalla religione e in sua vicinanza, non può più crescere, se quella è distrutta; tutt'al più sperduti e tardivi virgulti potranno indurre in inganno a tale riguardo, come apuntofa il ricordo che temporaneamente prorompe dell'allrte antica: una condizione che rivela sì l senso della perdita e della priovazione, ma che non è una prova della forza dalla quale potrebbe nascere una nuova arte. Nietzsche - Umano, troppo umano |
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